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Coach privato per Attori - Cantanti. Insegnante di recitazione in scuole e corsi pubblici e privati.

CORSO DI RECITAZIONE Come trasmettere un’eccellenza  =  come comunicare un’emozione.

Percorso di studio teorico/pratico teso a sviluppare da una parte la tecnica e la conoscenza dei linguaggi scenici e dall’altra l’espressione personale e la libertà creativa di ciascun allievo.

Il palcoscenico o un set televisivo o cinematografico,  sono un tramite per la trasmissione di un evento formato da piani stilistici e da emozioni. Accettare di attraversare una vera emozione e quindi di comunicarla è un compito arduo per quanto terapeutico.

Il teatro, luogo ideale alla narrazione e alla proiezione di un pensiero  (in quanto il regista di base è un visionario e l’attore è un mezzo) si adatta a tempio di culto del sentimento.
La rappresentazione teatrale formata da vari piani di narrazione, rende concreto un pensiero, ma cosa serve per concretizzare una verità?
Uno studio su la comunicazione verbale, vale a dire uno studio su la tecnica per affinare la trasmissione di un suono che sia parola o canto (un mantra "veicolo o strumento del pensiero o del pensare" ) quindi uno studio sulla voce, come portare la voce, come rendere chiara una parola; Uno studio poi sulla comuniczione non verbale, quindi l'utilizzo del nostro corpo come  strumento di trasmissione di un pensiero e soprattutto uno studio sulla vulnerabilità. Per l’attore, cantante, per ogni artista è fondamenttale lavorare sulla vulnerabilità.
Recitare, cantare, creare non è fingere ma vivere.
La vulnerabilità trova terreno fertile stimolando la fantasia, ma abbiamo consapevolezza di dove nasce la fantasia? Di come la utilizziamo? Come la blocchiamo, quali resistenze imponiamo? Ma soprattutto quali sabotaggi utilizziamo?
Quando siamo su un palcoscenico la sensazione è quella di sentirci nudi, quindi siamo estremamente vulnerabili e purtroppo in chiusura. Il lavoro nelle classi di recitazione, parte proprio da questo punto, cioè cercare di aprire la vulnerabilità sulla scena, rendendo così assolutamente vera una battuta e non semplicemente declamata o urlata, ma vissuta.

 

Quali armi abbiamo per concretizzare tutto questo? Per rendere credibile agli occhi degli spettatori un evento?
Siamo disposti ad esporci  assumendoci la responsabilità fino in fondo? Quanta possibilità diamo alla nostra arte per esprimersi?
Il primo sabotaggio che utilizziamo è quello di modificare il primo istinto, quello puro, l’istinto grezzo, dettato da un bisogno primario insoddisfatto, ma essendo appunto insoddisfatto,  lo proponiamo superficialmente, cioè diamo la possibilità alla nostra arte di esporsi appena in punta, come la punta di un ice-berg;  Quasi mai diamo la possibilità a questo istinto di capire le sue origini e quindi di esprimerlo libero da ogni resistenza.

Quanto siamo manipolatori allora di noi stessi? Quanto incide nella nostra arte la manipolazione che noi facciamo quotidianamente a noi stessi? In pratica siamo disposti ad attraversare un bisogno primario insoddisfatto e comunicarlo con la nostra arte? Ma Che cosa è il bisogno primario insoddisfatto? I bisogni primari insoddisfatti sono quei bisogni che in età ancora immatura ( dai 0 ai 7 ) non sono mai stati appagati, soddisfatti. I principali bisogni sono: Bisogno di famiglia funzionale,Il bisogno di sopravvivenza,Il bisogno di appartenenza: (abbracciami, oppure appartenenza ad un gruppo sociale o familiare),Bisogno di approvazione (incoraggiami, dimmi che sono bravo),Bisogno di riconoscimento (accorgiti di me),Bisogno di attenzione (guardami, sentimi),Bisogno di amore (toccami, amami),Bisogno di rispetto,

Lo scopo principale è quello di dare la possibilità a ciascuno di innescare un processo creativo, finalizzato all’ indiscutibile espressione del se, come forma di responsabilità civile dell’artista, di dignità che si forma elaborando le proprie miserie antiche e dolori rimossi. I bisogni li troviamo nella memoria emotiva di 6/7 anni fa, meglio ricercati nell’età puberale dai 4 ai 13 anni. Quando siamo in scena si interagisce con la nostra quarta parete (solitamente posta  in direzione boccascena) in cui visualizziamo l’antagonista, cioè colui che non ha fatto realizzare uno di questi bisogni primari.
Dal bisogno insoddisfatto nasce il conflitto. Noi siamo condizionati da un bisogno che se va attraversato ci rende liberi, arrendersi a questo condizionamento significa creare arte. Si deve entrare nel bisogno, arrendersi ad esso, poi si è liberi.
E’ importante chiedersi in che modo io continuo a dare potere  al mio conflitto. Si deve passare dalla vulnerabilità, accettando quell’ antagonista con amore, con umanità; poi possiamo distruggere, non posso distruggere senza essere passato dal bisogno.
I bisogni primari poi si mettono al servizio dei vari personaggi che andiamo ad interpretare.

Fabrizio Raggi